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Il caffè è uno dei tanti teatri estremi della nostra esistenza, topos letterario ideale se si pensa ai luoghi storici di incontro, dibattito, cospirazione, o esso stesso, dal fondo di una tazzina fumante, vero e proprio protagonista, motore mobile della narrazione ora in quanto laica liturgia, ora come atto esorcistico. Perché mettere la nera bevanda al centro di una storia vuol dire in un certo senso disporre la vita sul lettino dello psicanalista: i fantasmi evocati, le verità che fanno male, i flashback curiosi, gli amori perduti o da poco conquistati, gli affetti rovinosi, certi eventi da rabbrividire. Come accade in questi tredici racconti, che si stagliano su scenari di volta in volta diversi: dalle trincee agli sfondi leggendari del Messico e del Brasile, tra piantagioni e rivoluzioni; dalle ciminiere del Nord industriale alle infernali zolfare del Sud. Caffè che diventa diabolico elisir, o madeleine dal vago sapore proustiano; da consultare per leggere l’idiogramma nascosto tra le pieghe usuali del giorno, o da assumere quale correlativo oggettivo di un destino. Quasi sempre crudele, amaro. Senza zucchero, appunto.
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